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LE FORMICHE

STORIA DI UN'INVASIONE: LA FORMICA DELL'ARGENTINA.

Genova, agosto 1919: un insigne studioso dell'Osservatoro Fitopatologico di Chiavari pubblica una sorta di volantino dai toni allarmanti, quasi che la Liguria di Ponente sia in procinto di essere invasa da creature aliene.
Gli esserini in questione sono stati avvistati in Portogallo e nella Francia meridionale (Tolone, Cannes) dove sembra che la loro presenza risalga a dieci anni prima. Ciò è inquietante. Poiché il clima della Riviera è adatto a far loro mantenere le micidiali abitudini, è plausibile supporre che l' espansione sarà capillare almeno come nelle zone di origine (Argentina e Brasile). Dato che questa specie può essere facilmente trasportata da un luogo all'altro con piante a zolla, legna da ardere, mattoni e derrate alimentari, c'è da aspettarsi molto presto una massiccia invasione in tutte le case e magazzini della Provincia... Tutto ciò sembra forse un'esagerazione, ma non c'era davvero da scherzare. Una creatura che per motivi fortuiti si adatti a nuovi territori, privi di nemici naturali ed elementi selettivi che spesso non si conoscono, può inizialmente espandersi in modo così rapido da costituire un autentico flagello. Tanto per fare un esempio si pensi che in sei mesi una sola femmina di comunissimo pidocchio delle rose, produrrebbe centomila miliardi di individui, se non esistesse per la specie nessuna avversità... L'improvviso meccanismo di crescita delle cavallette può creare nuvole di insetti di 1.5OO Km. quadrati, del peso di 1O.OOO tonnellate! Tale inferno biologico si scatena per la rottura di misteriosi equilibri e l'unico modo per rilevarlo in anticipo consiste nell'osservazione di particolari macchie sulle ali. Lo scienziato in questione conosceva certi fenomeni e non poteva far finta di niente, come fanno spesso molti personaggi di oggi... Quello studioso è, doverosamente, da ricordare: Guido Paoli, molto noto negli anni venti, e le creature pericolose, all'epoca sconosciute, non sono altro che piccolissime formiche dal colore castano rossiccio, oggi note col nome di "argentine". Il primo maggio del 1923, in una sorta di stato di emergenza, la Città di Sanremo pubblica un fascicolo a cura del "Consorzio Obbligatorio di difesa contro la Formica Argentina" in fondo al quale compare il Decreto Ministeriale del 24 Luglio 1922 (Gazzetta Uff. n. 173) che OBBLIGA la distruzione della formica scientificamente denominata Iridomyrmex humilis, nonché un Decreto del Prefetto Cotta della Provincia di Porto Maurizio per la precisa delimitazione del territorio di Sanremo, ove la sorveglianza è per legge obbligatoria, dato il rischio che i fiori e le piante della Riviera, destinate a tutta Italia, diventino veicolo di espansione. Quando esemplari di formica argentina vennero reperiti in qualche casa e albergo di Roma si cominciò davvero a temere il peggio... In quel periodo ci si informava sui danni provocati dalle argentine nelle località già invase. Sembrava impossibile che si fosse perfino reso necessario lo sgombero di ospedali e ricoveri, che interi pollai fossero stati distrutti, piccoli animali letteralmente spolpati e intere arnie sterminate; eppure era vero: chi si era lasciato prendere alla sprovvista non credeva ai propri occhi... La formica argentina (Iridomyrmex humilis) appartiene alla sottofamiglia delle Dolicoderine, specie superiore di formiche tra le 7.6OO esistenti al mondo (le specie italiane sono 2OO). Essa costruisce i suoi nidi al riparo presso le abitazioni, sotto le pietre, ai piedi dei vecchi alberi. Al sopraggiungere dell'inverno le colonie numerosissime si nascondono in luoghi riparati, anche in mucchi di terra, fessure di muri, incolti piuttosto sabbiosi, ecc., con centinaia di regine e migliaia di operaie. In primavera si dividono formando svariati formicai distinti. Grandissima è la molestia che produce nei giardini, ma anche nelle case, e spesso risale fino ai piani superiori attratta dal calore e dall'umidità, specialmente in seguito a sbalzi della temperatura esterna. La specie si distingue dalle altre per una strozzatura tra torace e addome, il peziolo, formata da un solo segmento. Onnivora e prevalentemente notturna, è in grado di diffondere microrganismi patogeni e può anche aggredire bimbi e persone addormentate. Una curiosa scoperta fu fatta nel 195O dall'entomologo Pavan, Ministro dell'Agricoltura in anni passati. Egli accertò la presenza di un potentissimo antibiotico nella testa dell'argentina, innocuo per l'uomo ma capace di distruggere gli altri insetti. Per quanto riguarda l'accorato allarme del Professor Paoli, l'invasione puntualmente avvenne, anche se fortunatamente si riuscì a contenerla. Contro i gravi danni che arrecava all'agricoltura furono sviluppati alcuni metodi di lotta. Si riscontrò ben presto che il Ponente Ligure era diventato il nuovo habitat preferito dalla formica. In un bollettino scientifico stampato ad Acireale nel marzo del 1941 ne fu inoltre segnalata la presenza nelle seguenti Provincie: Savona, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Messina, tutte località dal clima particolarmente favorevole, mai distante dalla costa per il forte tasso di umidità di cui abbisognano i formicai. Nell'ultimo libro del più grande mirmicologo francese, Francis Bernard, edito nel 1968, vengono descritti nuovi adattamenti dell'insetto, estremamente vitale al punto da distruggere ogni altra specie di formica. Sono stati osservati persino piccoli ponti di venti cm. da esso creati sull'acqua per raggiungere larve di mosca marina. Tuttora la formica argentina si può considerare da noi una piccola calamità. Attratta soprattutto dalla grande quantità di rifiuti urbani, può essere allontanata con i mezzi oggi disponibili: esche avvelenate, repellenti e insetticidi specifici. Se vi capitasse di trovare la cucina invasa dalle piccole pesti, vi consigliamo di non disperarvi. Provate a tirarle via con un normale aspiratore per la polvere e, sempre lontano dagli alimenti, con un buon spray insetticida isolate l'appartamento nei punti di entrata dell'aggressore. Provate a rassegnarvi un pochino a vederle girare, visto che non potranno mai essere completamente distrutte e faranno per sempre parte della fauna locale.

Giancarlo Castello Gruppo Studio e Ricerca "Uomo in erba"